Spada, sciabola o pistola? Le molte forme del duello d'onore

di Stefano Miani

DOI: 10.35948/DILEF/QuestioniOnore/05


Sebbene nel nostro glossario compaiano numerose tipologie di duello, dal duello alla spada a quello eccezionale, dal duello all’ultimo sangue a quello all’americana, le armi ammesse dai codici cavallereschi per regolare le questioni d’onore erano, in linea generale, soltanto tre. Lo ricordava già nel 1858 Teodoro Pateras (1828-1877), futuro partecipante alla spedizione dei Mille, nel volume Dei doveri del secondo nel duello:

 

Fra i popoli civilizzati oggi non vi sono che tre specie di duellialla spada - alla sciabola - alla pistola. (Pateras 1858, p. 27)

 

Ne consegue che i duelli “regolari”, cioè quelli riconosciuti dai codici cavallereschi, sono tre: il duello alla spada, il duello alla sciabola e il duello alla pistola.

È interessante notare come anche una materia così seria potesse offrire terreno a diatribe di stampo puristico. Pietro Fanfani (1815-1879) e Costantino Arlìa (1829-1915), per esempio, nel loro Lessico dell’Infima e corrotta italianità, alla voce a, annotano:

 

Altro modo falso e francese è quello di usare la preposizione articolata alalla là, dove si dee significare il modo, o l'instrumento, o di che la tal cosa è composta. [...] E male ancora è il dire Duello alla sciabola. Duello alla pistola, ma si dee dire Duello con la sciabola, con la pistola, perchè il mezzo con cui si fa una cosa si denota con la preposizione con (Fanfani-Arlia 1880, p. 2).

 

Purismo a parte, queste tre tipologie di duello non si collocavano sullo stesso piano.

Quando i duellanti non erano spadaccini professionisti, la scelta cadeva spesso sulla sciabola: era considerata più facile da apprendere e, almeno in linea di principio, meno letale della spada.


La sciabola è l’arma di tutti, la spada di pochi. La scherma di sciabola essendo di gran lunga più facile ad apprendersi che non quella di spada, permette ad un uomo risoluto, forte e alquanto destro di mettersi in poche lezioni nel caso di difendere efficacemente la propria vita in una partita d’onore. Concede all’onesto padre di famiglia di adempiere ai suoi doveri di gentiluomo, se provocato, senza esporsi troppo seriamente, ed è un certo freno agli spadaccini di mestiere, che abili nel tiro della pistola e nel maneggio della spada non sono tanto pronti a provocare: giacche in uno scontro alla sciabola spesse volte la vittoria è del meno abile, se calmo ed accorto.

Quanto sopra abbiamo detto nulla toglie alla serietà del duello alla sciabola se dai padrini, ben compenetrati della loro missione, non vengono esclusi i colpi di punta e di testa, i quali sono, si può dire, i soli pericolosi negli scontri con la sciabola. (Gelli 1886, pp. 28-29).

 

Perché il duello alla sciabola potesse essere considerato davvero “serio”, tuttavia, era necessario un accorgimento tecnico relativo al vestiario dei duellanti: l’uso del guanto o guantone. Lo ricordava, qualche anno prima, il generale Achille Angelini:

 

Per i duelli seri (se alla sciabola) si metterà il guanto di scherma, altrimenti una sciabolata al braccio farebbe cessare il duello eludendo le prescrizioni stabilite pel combattimento, ed il duello diverrebbe ridicolo (Angelini 1883, pp. 78-79)

 

Il guantone evitava infatti che ferite lievi al braccio ponessero fine troppo rapidamente allo scontro. Poiché di norma il duello era al primo sangue, cioè terminava non appena uno dei due duellanti fosse stato ferito, questo semplice accorgimento contribuiva ad allungare la durata del combattimento e a salvaguardarne la “serietà”.

È stato osservato, spesso con sprezzo, che la pratica del duello aveva ampliato la categoria sociale dei gentiluomini, estendendola ben oltre i confini della nobiltà:

 

Oggi […] siamo tutti gentiluomini. I bimbi d’Italia nascono gentiluomini […]. La cavalleria è ormai alla portata di tutte le borse. Dopo il suffragio universale, la gentilhommerie universale. […] Provatevi a fare un’osservazione qualunque al tranviere che non vi consegna il biglietto se prima non si è accuratamente sputato sulle dita - o al commesso che squassa la bella capigliatura fatale, guardando con occhio impudentemente infiammato la vostra compagna, di dietro al banco del negozio. - E quelli vi risponderanno subito: «Badi come parla! Sono un gentiluomo!» e vi manderanno a domicilio altri due commessi o altri due tranvieri, vestiti naturalmente di nero (Athos Gastone Banti, Prefazione a Gelli 1926, pp. xvi-xvii).

 

Sul finire del secolo, probabilmente proprio in seguito all’allargamento della platea dei duellanti, Jacopo Gelli registrava un forte incremento dei duelli alla sciabola. Almeno nel settentrione della Penisola, essi rappresentavano ormai la maggioranza:

 

Le armi che più di frequente si adoperano fra di noi sono: la spada e la sciabola; ma, specie nel settentrione della Penisola, questa tende giornalmente a guadagnare terreno su quella: di guisa che, ora, i duelli alla sciabola stanno a quelli alla spada nella proporzione di ventotto a uno (Gelli 1892, p. 85)

 

Per quanto riguarda il duello alla pistola, occorre precisare che l’arma prevista era la pistola caricata manualmente con polvere da sparo, non il revolver, considerato arma non legale. Come per il duello alla sciabola, anche per questa tipologia di duello, c’erano degli accorgimenti nel vestiario da tenere: «Nei duelli alla pistola è da preferirsi la camicia di seta che, essendo più cedevole della tela e meno voluminosa, facilita i movimenti del braccio. Il soprabito e la sottoveste sieno pure ben confezionati da non recar molestia nel maneggio della pistola.» (Gelli 1886, p. 116). Oggi, quando pensiamo a un duello con la pistola, immaginiamo facilmente il duello western: uno scontro in cui contano soprattutto la velocità nell’estrarre l’arma e la precisione del tiro. In realtà, il duello alla pistola disciplinato dai codici cavallereschi era molto diverso. I duellanti stavano fermi a una distanza di norma non inferiore ai dodici metri e si sparavano a turno, secondo modalità prestabilite: non correvano, non si nascondevano, non cercavano riparo.

Le principali tipologie di duello alla pistola erano generalmente due: a piè fermo, in cui i duellanti restavano nelle posizioni assegnate e, secondo l’ordine stabilito, facevano fuoco e ricevevano il colpo dell’avversario; e avanzando, in cui i due contendenti si muovevano l’uno verso l’altro lungo distanze prestabilite e segnate sul terreno.

Tanto i fautori del duello quanto i suoi oppositori raccomandavano, quando possibile, di evitarla, perché potenzialmente molto più micidiale delle armi bianche. Lo si vede, per esempio, nelle Norme sui duelli e attribuzioni dei padrini, trattato del 1863 dei maestri di scherma Alberto Marchionni e Cesare Errichetti:

         

Raccomandando ai Padrini di evitare, per quanto è possibile, il duello alla pistola, che riesce il più micidiale: difatli collo scopo di salvare la propria vita, fa d'uopo colpir mortalmente l'avversario, per togliergli in tal guisa il mezzo di sparare il suo colpo (Marchionni-Errichetti 1863, p. 7)

 

Dal momento che, come ribadiscono i trattati cavallereschi, lo scopo del duello non è uccidere l’avversario, ma difendere il proprio onore, il duello alla pistola appare fin troppo letale. Inoltre, in questa forma di combattimento sembra venir meno la differenza tra l’esperto e l’inesperto, mentre la morte di uno o di entrambi i duellanti diventa un esito tutt’altro che remoto:

 

Agli antichi abbattimenti dei gentiluomini, armati di ferro, e armeggianti dagli arcioni, questa moderna democrazia di bottegai, di usurieri e di scribacchini, avida d’oro e di fasto, che non ha l'animo invitto degli eroi, ma del morire fa quella stima che un epicureo incredulo e disperato può fare [...] ha surrogato il duello a pistola. Una tale maniera di combattere uguaglia sì l'esperto e l'inesperto, e sto per dire l'uomo e la scimia; ma nel suo livellamento brutale, nella sua grottesca ferocia, cessa quasi di essere una prova cavalleresca. Suppongasi un duello a un colpo per ciascuno dei competitori; quando la pistola del primo d’essi ha scattato ed abbia fallito, toccherebbe naturalmente all’altro; ma a questo punto, poiché egli secondo le stesse leggi di cavalleria ha ripristinato l'onore, sostenendo impavido lo sparo dell’avversario, e non ha più a temere alcun danno da lui, se non si arrestasse, commetterebbe un’uccisione gratuita e vile (Ellero 1865, p. 18).

 

Non manca chi, d’altro canto, non veda nella pistola «l’arma cavalleresca, che meglio delle altre corrisponde allo scopo del duello, pareggiando le sorti degli avversari»:

 

La capacità schermistica, che nei duelli alla spada e alla sciabola dà luogo ad una ineguaglianza molto marcata a danno del meno abile, è totalmente soppressa dalla pistola. Quest’arma, che non esige un lungo e paziente studio, che si adatta facilmente a tutte le mani e a tutti i temperamenti, fa sparire gli svantaggi della vecchiaia dell'obesità, delle infermità fisiche in genere (Gelli 1886, p. 164).

 

Qualsiasi duello che non preveda l’uso della spada, della sciabola o della pistola prende il nome di duello eccezionale. L’aggettivo eccezionale è registrato dai repertori (EVLI, GRADIT) a partire dal 1848 ed è formato sul fr. exceptionnel. La prima attestazione di duello eccezionale nel nostro corpus si trova nella traduzione italiana del più famoso trattato francese dell’epoca, il Codice del Duello di Louis Alfred Le Blanc, conte di Chatauvillard:


Non senza rincrescimento parliamo qui de’ duelli eccezionali, e nella speranza di renderli più rari raccomandiamo a’ padrini di non permettere di ricorrervi se non ne’ casi fin qui impreveduti, anzi eccezionali anch’ essi , e tanto rari che debbono essere scrupolosamente ponderati da loro. Se dunque la necessità li comanda, i padrini debbono, senz’ aver riguardo alle regole scritte che non sono qui se non come consigli, far un processo verbale che stabilisca le convenzioni e farlo firmare dalle parti contendenti, dopo averlo essi stessi firmato. Nessun padrino è obbligato a firmare dietro domanda de’ padrini avversari. Nessun combattente è obbligato ad accettare le convenzioni .fatte da’ suoi padrini stessi nè a firmare; giacché l’onore può prescrivere di arrischiare la vita ma non di giocarla; insomma questi duelli non sono mai obbligatoriamente accettabili (Chatauvillard 1864, p. 47).

 

Di norma i codici trattano questa categoria soprattutto per biasimarla e impedirne la pratica. È tuttavia interessante osservare il gusto con cui ne vengono elencate le caratteristiche:

 

duelli eccezionali si fanno a piedi o a cavallo, a seconda della bizzarria dei contendenti; vi si adoperano ogni sorta di armi o mezzi di distruzione, dalla spada al pugnale, dalla pillola avvelenata alla scatoletta di dinamite. Ce n’è per tutti i gusti, e per le teste più strampalate del mondo.

Si devono considerare quali duelli eccezionali quelli alla pistola a meno di dodici metri; quelli nei quali una sola delle armi è caricata; quelli al pugnale, alla carabina, alla pistola e alla sciabola a cavallo, ecc. ecc. (Gelli 1886, p. 83).

 

Tra le varie sottocategorie di duelli eccezionali meritano una menzione speciale i duelli all’americana, «certi suicidj mutuamente ed alternativamente convenuti» (Ellero 1865, p. 10). Essi rientrano nei cosiddetti duelli all’ultimo sangue: scontri che, a differenza di quelli al primo sangue già ricordati, terminano soltanto con la morte di uno dei due duellanti. La tipologia, nota anche come duello americano, è estremamente varia ed eterogenea; ad accomunare questi duelli è soprattutto il fatto che vengano presentati e percepiti come pratiche barbare, tipicamente associate agli Stati Uniti:

 

In America, tra le genti più crudeli, suolsi usare un ferocissimo duello a revolver e pugnale in una camera chiusa. Stabilito il tempo che deve durare, sono condotti i due nemici in una stanza, cogli occhi bendati, e situati dai Padrini alle opposte estremità. Siccome un tal duello si fa di notte, tolti che siano i lumi, i due nemici resteranno al buio perfettamente. I Padrini chiudono l’uscio, e si ritirano. A un tocco dato da un orologio, i duellanti si traggono le bende, e sparano. Il lampo dei revolver fa vedere l’avversario: s’investono alla cieca, e si trafiggono di pugnale. Nuova scarica di revolver mostra di nuovo il nemico; lottano al buio, si schermiscono, si colpiscono, si trapassano bestialmente. Alla fine, scaricate tutte le canne dei revolver, se possono, finisce la lotta coi pugnali; e, scorsi i 5, i 10 minuti, secondo i patti, entrano i Padrini, e trovano gli avversari, o moribondi o morti. Orribili prove, degne dei più sozzi cannibali! (Blengini 1868pp. 33-34)

 

Sotto il nome di duello all’americana si trova anche una specie di antesignano della roulette russa:

 

[Il] cosidetto duello americano [...] si fa ponendo gli avversari nella situazione d'uccidersi ciascheduno da loro, col mezzo della sorte. Il nemico non si batte col nemico per ucciderlo; ma se la sorte è stata sfavorevole a questo, l'avversario lo costringe a suicidarsi in virtù del patto precedente, minacciandolo di diffamarlo come vile se manca al patto di uccidersi. [...] Nel duello americano vengono concordate, per esempio, due pillole, una di pane ed una di strichnina, due pistole, una vuota ed una carica: ognuno deve agire sopra sẻ stesso ingoiando da sè la pillola che a caso gli è toccata o esplodendo contro di sè la pistola. Di fronte a codesta ineguaglianza, il parlare di duello è una cosa che repugna alla logica ed al semplice buon senso (Crivellari 1884, pp. 77-78).

 

Terminiamo questo breve percorso col racconto, fatto da Jacopo Gelli, di un duello eccezionale, in cui l’arma è... la dinamite!

 

Negli Stati Uniti nel febbraio [18]86 un ingegnere offeso gravemente da un ufficiale lo sfidò a duello e scelse per arma la.... [sic] dinamite. All’ora e nel giorno stabilito i due avversari con due padrini si recarono in un bosco, i testimoni tracciarono un circolo con un raggio di 25 passi e vi fecero entrare i combattenti dopo di che prudentemente si ritirarono sulla vetta di un albero che era ad una certa distanza. Ad un dato segnale i due antagonisti si mossero incontro lanciandosi della cartucce di dinamite. Alla terza si fece udire una detonazione formidabile e l’ufficiale saltò in aria. Dell’infelice non si trovarono che resti informi sparsi sul terreno (Gelli 1892, p. 118).