Garibaldi e il duello
Appena proclamato, il Regno d’Italia rischia di essere aperto da un duello ai massimi livelli, a seguito delle durissime polemiche sulla liquidazione dell’Esercito Meridionale, divampate in Parlamento nell’aprile 1861.
Dopo le critiche mosse da Garibaldi a Cavour, Enrico Cialdini – il conquistatore di Gaeta e uno dei generali più in vista dell’esercito regio – fa pubblicare sui giornali una lettera in cui lo accusa di volersi mettere alla pari del re, al di sopra del governo e dei ministri, oltre ad essersi presentato alla Camera «in un costume stranissimo»; cioè con la camicia rossa e il caratteristico poncho. Nega che solo ai volontari spetti il merito della liberazione del Mezzogiorno e conclude che, come nemico di ogni tirannia, non esiterà a combattere Garibaldi laddove persista nel suo atteggiamento sfrontato e pericoloso.
Il condottiero dei
Mille risponde in tono pacato ma fermo, rivendicando intanto la scelta del suo
vestiario, libera come libero crede sia il paese in cui si trova e che ha contribuito a unificare. In qualità di deputato ha esposto alla Camera
solo una piccolissima parte dei torti ricevuti dai suoi uomini ad opera di
Cavour e del ministero. Dopo aver definito moderate le sue parole, conclude dicendo di aspettare tranquillamente che gli si chieda soddisfazione,
qualora taluno si fosse sentito offeso dal suo modo di procedere.
A molti pare imminente
un duello, che in effetti viene evitato solo per l’intervento di eminenti
personaggi quali Nino Bixio, Agostino Depretis, Enrico Cosenz e Giacomo Medici.
Determinante è la volontà di Vittorio Emanuele II, che propizia un incontro di
riconciliazione fra Garibaldi, Cavour e Cialdini. «Commedie, simulazioni,
insidie», secondo i più intransigenti democratici, quali Giorgio Asproni,
convinto che vi fosse un meditato disegno di compromettere l’Eroe dei Due Mondi
e forse anche di ucciderlo, spingendolo a duellare.
Garibaldi non è un fautore delle partite d’onore: le detesta quando avvengono fra i suoi uomini e cerca sempre di impedirle. Tuttavia, in determinati casi è portato a tollerarle e tanto più nel contesto dell’ancora incompiuta unificazione italiana. Nel romanzo a cui si dedica durante la seconda metà degli anni Sessanta, Clelia. Il governo del monaco (Roma nel secolo XIX, Milano, Fratelli Rechiedei Editori, 1870), premuto da esigenze finanziarie più che spinto da una vocazione letteraria, il protagonista maschile si trova ad affrontare un duello. La voce narrante interviene per deprecare il fatto che non fosse possibile intendersi senza rischiare di uccidersi, ma gli italiani, «iloti ancora dei prepotenti della terra, paria d’Europa», non possono farsi predicatori di pacifismo assoluto. Di fronte «alla prepotenza, all’arbitrio e al privilegio», impersonati nel momento in cui scrive dal potere temporale del papa e dalla Francia bonapartista, i duelli mantengono dunque una valenza positiva; sarebbero cessati quando gli abitanti della penisola fossero stati «ben governati», godendo dei propri diritti all’interno e all’estero.
Le partite d’onore alla
Camera
«Si sono visti in
Italia – sostiene il 16 aprile 1875 nell’aula di palazzo Madama il
senatore Luigi Chiesi – alti funzionari ed uomini politici passare dal terreno
del combattimento a discutere nelle aule parlamentari leggi e provvedimenti di ordine
pubblico e d’interesse generale». L’affermazione non può certo essere
smentita, come peraltro confermano anche le quattordici richieste di
autorizzazione a procedere per duello presentate a Montecitorio fino al 1887;
dodici rimangono a giacere negli Uffici, mentre per altre due viene chiesta
la sospensiva.
Le cose non cambiano
neppure dopo l’entrata in vigore del nuovo codice penale, anche se inizialmente
pare possibile. Alla fine del 1891 pendono infatti alla Camera ben undici
nuove richieste. Scartata l’ipotesi di un decreto generale d’amnistia, la
commissione incaricata di vagliarle, presieduta dall’onorevole Pietro Nocito,
ne propone l’accoglimento, ma con una dichiarazione finale che suona in
tutt’altro modo: si fa infatti riferimento al verdetto della coscienza dei
deputati e al loro «incensurabile giudizio», che può anche essere contrario.
La discussione in aula,
tenutasi il 16 febbraio 1892, viene aperta da un lungo intervento di Michele
Torraca, giornalista celebre, con trascorsi di duello antichi e recenti.
Ricordando il caso di Cavour e di altri, rammenta che la Camera ha sempre
concesso la sospensiva (e in pratica negato l’azione penale); una prassi da
rispettare nonostante la nuova codificazione, che da questo punto di vista non
aveva innovato nulla né del resto poteva, trattandosi di materie comprese nello
Statuto e riservate alle competenze dell’assemblea elettiva. I deputati
dovevano certamente dare l’esempio di rispettare le leggi, ma non si poteva
chiedere loro di abdicare a quelle idee di dignità personale, a quel sentimento
cavalleresco che, nella società erano ancora non un difetto, ma un pregio.
Analoga la posizione
espressa dal crispino Raffaello Giovagnoli, secondo il quale è addirittura
inutile stabilire sanzioni penali nei codici quando si disgiungono dalla
morale e dalla coscienza pubblica, come nel caso della difesa dell’onore.
«Nell’indole nostra e nel nostro costume vi è che, se un individuo qualunque,
per timore delle sanzioni stabilite dal Codice penale, rifiuta di battersi in
duello, si riguarda come un uomo disonorato dinanzi alla opinione pubblica […]
Il duello è reato di azione pubblica solo in quanto vi sono sanzioni, in
riguardo ad esso, nel Codice nostro, ma effettivamente non concerne e non interessa
che le parti contendenti, le quali, se offesa vi fu, l’hanno già riparata sul
terreno, procedendo secondo tutte le norme che circondano codesta istituzione,
e che sono ormai generalmente accettate».
Dello stesso avviso un altro crispino, Antonio Muratori, docente di diritto penale all’università di Bologna, certissimo che la Camera debba esprimere un parere negativo. Avanzo di barbarie o meno, il duello è «una necessità sociale» che s’impone tutti giorni, rappresentando spesso l’unico mezzo per ottenere la riparazione di offese patite. La Camera rappresenta «la coscienza generale del paese» e l’avrebbe interpretata giustamente uniformandosi ad essa.
Piero Gobetti e una serie di sfide
mancate dopo il delitto Matteotti
Nel settembre 1924, in piena
crisi politica seguita al rapimento e all’uccisione di Matteotti, Piero Gobetti
viene coinvolto in una violenta polemica culminata in un’aggressione fisica e
in una serie di sfide cavalleresche.
Tutto ha origine da una postilla pubblicata il 2 settembre sulla «Rivoluzione Liberale», in cui Gobetti afferma che il fascismo non può essere liquidato con “giochetti parlamentari” o manovre di maggioranza, ma solo superando lo spirito di trasformismo e corruzione radicato nella storia italiana. Nel testo definiva “aborti morali” certi tentativi di opposizione interna al fascismo, alludendo – sul piano politico – anche a Carlo Delcroix, grande mutilato di guerra e deputato fascista, che ha espresso critiche alla gestione del caso Matteotti per poi rientrare nei ranghi.
La frase viene interpretata come
un’offesa personale a Delcroix e, per estensione, a tutti i mutilati di guerra.
La «Gazzetta del Popolo», «La Stampa» e altri giornali denunciano con toni
accesi quella che giudicavano un’ingiuria ignobile. Anche settori dell’opposizione
aventiniana prendono le distanze, definendo l’espressione infelice e dannosa.
Il 5 settembre Gobetti fu aggredito sotto casa da un gruppo di squadristi:
percosso e ferito, riporta una lesione cardiaca che in seguito si sarebbe
rivelata fatale. La stampa filofascista giustifica l’episodio come reazione morale
a una provocazione.
Gobetti reagisce su due piani. Da
un lato chiarisce pubblicamente il proprio pensiero: dichiara il massimo
rispetto per Delcroix come mutilato di guerra, ma rivendica piena libertà di
critica verso il deputato e dirigente politico, precisando che “aborto morale”
si riferisce a un atteggiamento politico, non alla persona. Dall’altro lato,
per difendere la propria dignità in un contesto in cui l’onore professionale ha
grande peso, avvia diverse vertenze cavalleresche contro esponenti che l’hanno
attaccato, tra cui il deputato Vittorio Cian e il vicedirettore della «Gazzetta
del Popolo», Nardini-Saladini.
Le procedure sono complesse e ostacolate da contestazioni sulla “dignità cavalleresca” di Gobetti, messa in dubbio dopo l’aggressione subita. Decisivo è l’intervento di Benedetto Croce, che in una lettera pubblica esclude con fermezza che l’espressione incriminata fosse diretta contro la persona di Delcroix, sostenendo che il contesto impone un’interpretazione politica. La presa di posizione di Croce contribuisce ad attenuare i toni e a riaprire le trattative.
Un giurì d’onore bilaterale, composto da rappresentanti delle parti e presieduto dal generale Cavaciocchi, conclude che l’espressione può prestarsi a doppia interpretazione ma non mira alla vita privata di alcuno; riguarda l’azione politica di uomini pubblici. Pur giudicando lo scritto scandaloso per il clamore suscitato, il giurì esclude la necessità di un duello e riconosce a Gobetti piena dignità cavalleresca, rilevando il suo costante tentativo di risolvere le vertenze secondo le consuetudini d’onore.
Le sfide si chiudono senza duello. Gobetti pubblica i verbali sulla «Rivoluzione Liberale», ottenendo una limitata soddisfazione morale. L’episodio mostra quanto fosse difficile, nell’Italia del 1924, difendere insieme la libertà critica e l’onore personale in un clima dominato da violenza politica, conformismo e intimidazione.